“A me da piccino m’hanno picchiato, erano i bulli del quartiere, mi davano schiaffi in faccia, cazzotti. C’ho sofferto come un cane, però questo dolore mi ha indurito, mi ha reso più forte, perché mi ha fatto capire che nella vita, se vuoi conquistare qualcosa devi soffrire, devi superare gli ostacoli che ti trovi davanti, non devi mollare mai. E oggi sono orgoglioso di essere un lampredottaio e diffondere la cultura fiorentina nella mia città che non lascerò mai, nemmeno se dovessero tornare i nazisti a conquistarla. A volte vedo i ragazzi incazzati con Firenze e l’Italia, prendono e se ne vanno perché gli fa tutto schifo, ma io dico, dove cavolo andate, restate qui e aiutate a cambiare quello che non funziona, andarsene è troppo facile, andarsene è da vigliacchi. Io da qui non me ne andrò mai, hai capito, non me ne andrò mai. Mio nonno Giovanni faceva il fiaccheraio, metteva il cavallo lungo le mura fra piazza Tasso e villa Torrigiani, lungo il viale Petrarca, prima ancora che fosse viale Petrarca. E io resterò qui”.
Claudio Montini, il trippaio col furgoncino rosso. Quando parla a volte urla. Urla perché ci sente a bestia. E si sarà pure indurito, ma è sanguigno come pochi. Sanguigno come il lampredotto, quello che prende dal fornitore a Scandicci, dove arriva direttamente dal macello. E poi lo porta nel suo chiosco nel viale Manfredo Fanti, angolo viale Paoli. Arriva la mattina alle 8. Prepara il brodo, ci mette il lampredotto a cuocere. E dalle 10.30 inizia a sfornare panini. Le rosette, ovviamente. Fino alle 15. Il suo banco rosso porta il suo nome “I’ trippaio di Montini”. Accanto, due gigli di Firenze. All’ora di pranzo c’è la coda. Si mangia e si chiacchiera. Di Firenze e della Fiorentina. Della vita.
Il prezzo della carne è aumentato, e non è facile andare avanti, ma lui ha tenuto basso il prezzo al consumatore: 4,50 euro, tra i più bassi di Firenze. “Quando torno a casa nel pomeriggio ho tutto l’odore del lampredotto addosso”. Lo sentono anche in famiglia, la moglie Enrica e le figlie Elena e Bianca. Beato tra le donne: “Mia moglie mi piglia per il culo perché dedico la mia vita al lampredotto, ma io mi sento un piccolo Superman”. Tiene viva una tradizione, e guai a chi gliela tocca.
Ma quanta gavetta per arrivare fino a qui. A partire dalla scuola. Lui non voleva studiare. “A 14 anni volevo già lavorare però mia mamma non voleva e quindi feci ragioniera, decise lei per me, a me non m piaceva e spesso andavo a scuola con l’ansia. Appena ho finito, a 19 anni mi son messo a fare il cameriere”. Per anni ha fatto il cameriere a Soffiano. “Madonna… quando mi cascava un piatto certe sfuriate dal capo, quante infamate mi sono preso, ma anche queste mi hanno formato, mi hanno temprato. Oggi sento dire che i ragazzi non vogliono fare la gavetta, ma la gavetta fa bene”.
Poi si mette in proprio, nel 2013. E da tredici è uno dei lampredottai di Firenze. Non dimentica la gavetta, appunto, e non dimentica nemmeno le botte da ragazzino. “Io da San Frediano non ci voglio passare, ho brutte memorie, a volte però incontro per caso quei bulli che mi picchiavano, e li vedo a strasciconi, infelici. E mi dispiace per loro”.
Jacopo Storni





































































































































































