«La Carrà e le Kessler in tv con le mie penne».
Duccio, l’ultimo piumaio d’Europa (da tre generazioni)

La storia di Mazzanti piume: da nonna Natalina fino alla terza generazione, un settore di super nicchia a Firenze al servizio della moda e dello spettacolo

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Si può attraversare quasi un secolo di storia lavorando in un settore di nicchia, uscendone indenni e, anzi, rilanciati? La risposta è un capo che si scuote in senso affermativo, dall’alto verso il basso, se scampanelli al civico 144 di via Reginaldo Giuliani, a Firenze. Diamo una spolverata e scrolliamoci le spalle. La storia che dischiude Mazzanti Piume è cadenzata di striature coraggiose, proprio come i colori dei manufatti che propone. Fluttua nel tempo e nello spazio cittadino, incurante dei tempi che cambiano. Si spinge fino alle porte dei salotti parigini di alta moda, ma strizza l’occhio anche al passante che intende strigliare il suo look.
“Nonna si chiamava Natalina Acciai. Negli anni Trenta del Novecento aveva maturato una certa dimestichezza, fin da bambina, con i fiorellini di seta per i cappelli da signora d’estate e con le guarnizioni in piuma per quelli da inverno. Usava piccoli scampoli che avanzavano dai vestiti, perché all’epoca non si buttava via niente”. La voce, profonda e appassionata, è quella di Duccio Mazzanti, terza generazione che guida la bottega da ormai venticinque anni.

“Succede spesso così: un giorno arriva la svolta che non ti aspetti, ma te devi metterci del tuo per fare accadere le cose. Uno zio gioca un paio di numeri al lotto e incassa un discreto gruzzolo di lire, abbastanza per comprare la stoffa che serve. Nonna inizia la sua attività in casa, in via Faenza, supportata da nonno, Lelio Mazzanti: lui, che lavorava alla Galileo Officine meccaniche, le preparava gli stampini necessari per il lavoro”.
L’abitazione fiorentina diventa presto un via vai di clienti e giovani ragazze che vogliono imparare il mestiere. I coniugi Mazzanti inventano presto un modo per produrre boa con penne di struzzo e marabù e la cosa si rivela esplosiva. L’arte della lavorazione delle piume erompe placida, ma inarrestabile, nel cuore cittadino. “Ci pensate – prosegue Duccio – che in Europa siamo rimasti soltanto in tre? A Firenze ci siamo noi, che siamo un piccolo atelier, e un’altra grande azienda. Poi c’è un certo Chanel, a Parigi, che ha incorporato una realtà simile alla nostra”. E, a proposito della Ville Lumiere, dopo il tetro conflitto mondiale arriva un nuovo boom economico, premuto proprio dalle grandi case di moda che – specialmente in Italia e in Francia – commissionano ordini a manovella per intridere di sussulti le proprie sfilate.

“Un altro ricco versante era il mondo dello spettacolo: abbiamo servito il Moulin Rouge e i maggiori cabaret europei, abbiamo sedotto il cinema, la tv e il teatro. Il passaparola, abbinato al fatto che il nostro lavoro non lo fa praticamente nessuno nel vecchio continente, ha generato un flusso inarrestabile”. Quando negli anni Sessanta Natalina se ne va, il figlio Maurizio inizia ad aiutare Lelio. “Babbo possedeva già un grande istinto imprenditoriale e spinse per comprare un immobile a Rifredi, allora remota periferia, per impiantarci la ditta. Era un bel passo, ma il coraggio è un vizio di famiglia. Pensate che partivano in Cinquecento per andare spesso a Parigi a fare affari”. L’intuizione è feconda: l’attività continua ad espandersi, seducendo nuovi interlocutori. Le mason di moda fanno la fila. La Carrà e le gemelle Kessler sfilano in tv con abiti ornati di piume Mazzanti. Anche i pennacchi delle guardie svizzere escono da qui.

“Firenze è davvero la conca dell’artigianato: fossimo tutti davvero uniti, potremmo surclassare chiunque. Io prima me ne sono andato all’estero, pensando di fare altro. Poi sono tornato, comprendendo che il mio destino era qui. Oggi rappresento la terza generazione di una storia formidabile. Nel 2005 ho anche aperto un brand mio, in omaggio a nonna: l’ho chiamato Nanà proprio per questo (https://nanafirenze.com/). Vendevo a tutte le più grandi cappellerie europee, americane e australiane, poi il mercato si è trasformato con l’avvento degli ecommerce, ma noi ci stiamo allineando. Rivisitiamo gli oggetti di nonna, declinandoli prevalentemente al femminile: cerchietti, polsini, cuffie, girocollo e altro ancora. Una bella propaggine di una vicenda quasi secolare”. Ma come hanno fatto le piume a volteggiare incolumi per tutto questo tempo, infilate in una società in costante mutamento? “La piuma – ricorda Duccio – è stata il primo ornamento del genere umano, l’antesignana delle corone. In quel momento si è consumato uno scarto importante: era una guarnizione sintomo di status, non di necessità. Prima è finita sul capo dei maschi, ma dall’illuminismo in poi ha cominciato ad essere ornamento quasi prettamente femminile, imbevendosi di un fascino più complesso. La piuma, poi, rappresenta da sempre il collegamento angelico tra l’uomo e Dio”.

Oggi Mazzanti Piume fa leva su undici dipendenti, insieme a molta voglia di continuare a dischiudere sorrisi e sgranare pupille. A patto di usare bene le definizioni. “Più che artigiani secondo me siamo artieri. L’artigiano produce manufatti uguali in serie, l’artista opere uniche e differenti tra loro. Questo è un valore aggiunto non trascurabile”. Quanto ai testimoni da passare, Duccio ha le idee altrettanto nitide: “Fino a pochi anni fa questo sembrava un mestiere di serie B, mentre oggi in tanti, a cominciare dalle scuole per arrivare fino alle grandi case di moda, hanno compreso che non è così. Certo, le nuove generazioni possono imparare, ma noi dobbiamo essere bravi a creare appetibilità: Firenze, nel nostro settore, non dovrebbe essere abitata da tante singolarità, ma da un’unica grande visione comune”.

 

 

 

 

 

 

 

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