L’anchor man fiorentino che spopola negli Usa.
Filippo: «E’ tutto merito di Moira Orfei»

Il nome tradisce l’origine italiana, ma Filippo Ferretti non è un immigrato di seconda o terza generazione. E’ un fiorentino doc e alla corte di Univisiòn ci è arrivato nel 2014, ennesima scommessa di una carriera che prometteva già benissimo: prime collaborazioni a Mediaset poco più che ventenne, un paio di lustri a Mtv Italia, quindi il salto Oltreoceano

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«Buenas noches y siempre nos vemos en la television!».
Il sorriso del giornalista Filippo Ferretti lascia il posto alla sigla. Siamo negli studi del “Noticiero” di Univisión, principale network in lingua spagnola degli Stati Uniti: tv, radio, internet e social che ogni giorno raggiungono milioni di persone, anche in Paesi del Centro e Sud-America.
Il nome tradisce l’origine italiana, ma Filippo Ferretti non è un immigrato di seconda o terza generazione. E’ un fiorentino doc e alla corte di Univisiòn ci è arrivato nel 2014, ennesima scommessa di una carriera che prometteva già benissimo: prime collaborazioni a Mediaset poco più che ventenne, un paio di lustri a Mtv Italia, quindi il salto Oltreoceano, l’approccio con una lingua, lo spagnolo, di cui aveva poche nozioni e che oggi padroneggia senza timori. O quasi. «Beh, ogni tanto mi scappa qualche parola in italiano o in inglese – racconta dalla sua casa in Florida – ma qui non è considerato un difetto, piuttosto una caratteristica».

Riavvolgiamo il nastro e partiamo dall’inizio, in un piccolo giornale fiorentino, ‘Lo scossone’, Filippo è ancora adolescente, scrittura e lettura sono le sue passioni. Oltre al circo.
«Così mi presentai allo staff di Moira Orfei e durante il colloquio venne fuori che c’era da progettare il sito ufficiale. Mi proposi, accettarono e mi gettai nel mondo dell’html, di cui imparai alla svelta il linguaggio. Mi chiesero di andare in tour con loro e furono anni bellissimi: la mia roulotte, artisti fantastici e una babele di lingue. Poi Moira mi chiese di accompagnarla quando andava ospite in tv. E lì scattò un’altra molla. Ho collaborato con alcuni programmi Mediaset e all’inizio dei 2000 ero nella redazione di Mtv Italia. Nel frattempo avevo anche terminato l’università».

Un’ascesa non da poco, soprattutto nel mondo dei media, dove ci si ritrova a fare gavetta anche in prossimità degli “anta”. Eppure a Filippo Ferretti mancava qualcosa, un altro sogno da coronare, sbarcare negli Stati Uniti. «Un mio collega stava progettando una web tv negli Usa, aveva bisogno di una mano e non me lo feci ripetere due volte. La web tv non andò mai in porto, io rimasi in Florida, dove entrai in contatto con Univisión e con un modo nuovo, direi tipicamente americano, di fare giornalismo che oggi definiamo storytelling. In sostanza, seguiamo la cronaca soprattutto attraverso le persone e le loro storie: è così che stiamo raccontando la campagna di vaccinazione. Attenzione però, alla base c’è un controllo strettissimo di tutto quello che va in onda: per restare in tema di pandemia, le dichiarazioni di virologi ed esperti sono verificate in modo scrupoloso. La caciara che vedo su alcuni canali italiani qui è impensabile».

In Florida come in Italia a tenere banco è anche il tema dell’immigrazione: «Cambiano gli scenari, le religioni, ma le storie si somigliano, gli occhi dei bambini sono gli stessi. L’anno scorso mi ha scritto un signore dicendomi di essere stato truffato da un presunto pastore religioso, che gli aveva promesso i documenti per entrare negli Usa. Ho cominciato a indagare, sono venuti fuori centinaia di raggiri, così abbiamo coinvolto la polizia, è stata smascherata un’organizzazione che incassava milioni di dollari. Il finto pastore è stato condannato all’ergastolo». E poi c’è l’affetto della comunità ispanica. «In tantissimi mi scrivono, io rispondo a tutti. Anche se qua, per un giornalista, è quasi un atto dovuto. Firenze è qualcosa che tutti conoscono e che io mi porto dentro. Può essere una cravatta viola, la riproduzione di un particolare del David nel soggiorno di casa mia e tanto altro».
Filippo Ferretti è finito pure nel Guinness dei primati, unico giornalista italiano in forza a una Tv americana in lingua ispanica. Insomma, tutto gira al meglio, anche se la nostalgia ogni tanto fa capolino: «Torno a Firenze almeno una volta all’anno, anche se l’anno scorso ho dovuto rinunciare per l’emergenza Coronavirus».

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