Il calzolaio che legge Dante
in bottega

Gianni Di Sario è il calzolaio di via de Ginori. Accanto al trincetto c’è l’Inferno di Dante. Mentre lavora, legge la Divina Commedia. Così trova il ritmo

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Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita…

Accanto al trincetto c’è l’Inferno di Dante. Mentre lavora, legge la Divina Commedia. Così trova il ritmo. Gianni Di Sario è il calzolaio di via de Ginori. Eroe dei nostri giorni. Eroe dei nostri tempi. Il suo mestiere sta morendo. Nessuno aggiusta più le scarpe. Quando sono vecchie, le scarpe si buttano via. Al macero. E’ il consumismo che uccide. E lui soffre. “Non arrivo a fine mese”. Però resiste, stoicamente. Resiste per onorare la tradizione, resiste per onorare suo padre, quello della foto in bianco e nero sulla parete.

Suo padre non c’è più ma sarebbe orgoglioso di lui. Suo padre si chiamava Andrea Di Sario. Era nato in Basilicata, a 12 anni scappò di casa e andò a Taranto, dove aprì un negozio come calzolaio. Era il 1948. E’ la stessa data che compare sull’antica insegna sopra la bottega di via de Ginori. “Calzolaio dal 1948”. Gianni incolla, taglia, cuce. E mentre incolla, mentre taglia e mentre cuce, apre a caso l’Inferno e comincia a leggere:

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona…”

Canto quinto, uno dei più belli. Bello come questi stivali rossi rimessi a nuovo. C’era il tacco rotto, lui l’ha ricostruito. Soltanto 8 euro. Tacco da donna 8 euro, tacco da uomo 10 euro, risolatura da donna 14 euro, risolatura da uomo 20 euro. Con pochi spiccioli, le scarpe tornano come nuove. Ma oggi le scarpe non sono più oggetti sacri. Tutto scorre, tutto nasce e sparisce, fiorisce e crepa. La produzione è delocalizzata, la qualità è al ribasso. Il romanticismo non c’è più, dice Gianni. Lui prova a tenerlo vivo. Aggiustare le scarpe è come scrivere una poesia. Nelle suole c’è il racconto delle vite. E lui è come Don Chisciotte, sfida il tempo e il consumismo. E mentre ripara, decanta l’Inferno. Così c’è più bellezza. Sono belle queste scarpe. Riempiono le mensole: mocassini, anfibi, stivali, sandali, décolleté. E negli scaffali di fronte, libri a cascata divisi per categoria: sport e cultura, arte e narrativa, moda e cinema. La cultura nella bottega del calzolaio. Ci sono Socrate e Allan Poe, Pasolini e Dalì. E Dante, naturalmente:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza’.

Era il 1976 quando Gianni cominciò a muovere i primi passi in questo lavoro. “Avevo 10 anni, portavo le scarpe con la buste dai negozi delle grandi firme alla bottega di mio padre. Erano le scarpe di Raspini, Beltrami, Rossetti, quelle che i clienti volevano riparare”. Quasi tutti, a quei tempi, portavano le scarpe a riparare. Un laccio da cucire, una suola da aggiustare, un tacco da levigare. Oggi no, appena c’è un graffio si butta via tutto. Erano altri tempi, dice Gianni. Lui scorrazzava per i ciottoli del centro, così giovane e così fiero. Per le strade erano berci, gli amici che lo salutavano, le pacche sulle spalle e le pagnotte da portare a casa. Oggi è più difficile, in via de Ginori soltanto Airbnb. Facce omologate da turista, i fiorentini che spariscono. Ma la bottega resta un presidio. Sembra un bar sport. I clienti entrano e non escono più. Sono tutti amici. Restano qui a parlare di sport, di cultura. “E di fica – ridacchia qualcuno – ma questo non lo scrivere”. Un centro di aggregazione nella Firenze quasi Disneyland.

Accanto alla bottega c’è un Wasabi, accanto al Wasabi c’è un albergo, accanto all’albergo c’è un ristorante etnico. Passano i turisti con gli occhi riversati sulle cartine, uomini e donne con gli sguardi dentro gli smartphone. Chissà che il Covid non riporti la Firenze più verace. E Gianni martella, arpiona pinze e forbici. C’è la macchina fresatrice per raschiare, c’è l’odore acre del pellame. Ci sono le scarpe vintage: gli anfibi dell’esercito norvegese del 1967, gli scarponi da sci anni 50. Pezzi unici, che segnano il tempo. In sottofondo c’è la radio sempre accesa. E soprattutto c’è lui, che si affaccia sull’uscio e ti sorride. E ti invita in bottega, non importa se non hai scarpe da riparare. L’importante è entrare, l’importante è conversare, borbottare, litigare, sorridere, chiacchierare, guardarsi negli occhi e non affondare nei cellulari. Per onorare la Firenze che non c’è più. “Qui dentro siamo vivi, siamo umani e fiorentini”.

 

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