Maria Lisa, prof di storia dell’arte per 30 anni.
«Se i ragazzi non studiano, forse la colpa è nostra»

Ha insegnato per decenni al liceo Michelangiolo. «La libertà e la responsabilità che ti senti addosso una volta chiusa la porta di un’aula non ha eguali, sei sola davanti ai ragazzi che si devono poter nutrire di bellezza»

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Si definisce una professoressa a.c., ovvero ante covid, perché pensa che la scuola come l’ha conosciuta in oltre trent’anni di insegnamento sarà profondamente trasformata dall’esperienza della pandemia. E per oltre tre decenni si è sentita spesso un’“Alice nel Paese delle Meraviglie” davanti agli sguardi dei ragazzi che, con la leggerezza dell’età, vedono «spesso più lontano e a fondo». Maria Lisa Guarducci è in pensione da un anno e mezzo e i ricordi della sua scuola, dalle elementari a Orvieto fino alla cattedra al liceo classico Michelangiolo di Firenze, li ha raccolti in un volume edito da Mauro Pagliai Editore nel settembre 2020, dal titolo: «Ho insegnato storia dell’arte». Una dichiarazione d’amore per un mestiere che l’ha fatta sentire una privilegiata.
L’insegnamento non è sempre stato il primo dei suoi pensieri. Dopo la laurea Guarducci aveva iniziato a lavorare per gli Uffizi e per la Sezione Didattica aveva iniziato a parlare allo stupore dei bambini portati davanti ai capolavori dei musei fiorentini. Poi c’è stato un concorso e un colpo di fulmine nelle prime esperienze dietro la cattedra che le hanno fatto cambiare rotta: «La libertà e la responsabilità che ti senti addosso una volta chiusa la porta di un’aula non ha eguali, sei sola davanti ai ragazzi che si devono poter nutrire di bellezza, devono poter conoscere per imparare a rispettare e conservare il patrimonio della loro città, devono poter cambiare le loro vite a contatto con la cultura. Io ne resto convinta: la storia dell’arte fa bene alla salute e gli adolescenti devono poterne respirare».

Per una ex studentessa degli anni Settanta “scuola” ha significato sempre anche impegno sociale, «non ho mai preso parte alle contestazioni – racconta la professoressa – mi sentivo più a mio agio nel dedicarmi anima e corpo allo studio, ma lo spirito di quegli anni mi è rimasto addosso». Ecco che dalle pagine della professoressa del “Miche” escono le battaglie per dare più riconoscimento (e ore di lezione) alla storia dell’arte, la fiducia nei ragazzi «perché la scuola è fatta da loro» al di là delle difficoltà di un mondo sempre meno considerato nella società e la storia delle iniziative promosse per mettere in contatto la scuola con la città e viceversa.

Guarducci è stata tra le altre cose l’ideatrice di una serie di appuntamenti nell’aula magna del liceo fiorentino tra i ragazzi e alcuni dei nomi più conosciuti del mondo culturale fiorentino e italiano: ai “Pomeriggi al Michelangiolo” hanno partecipato Antonio Paolucci, Cristina Acidini, Salvatore Settis, Antonio Natali, Tomaso Montanari… «Quando la burocrazia ha reso sempre più complesso organizzare uscite da scuola – racconta la professoressa – ho pensato che fosse il momento di invitare la città a scuola: parlare con i cittadini del futuro non può essere considerato cosa da poco. Grande è stata la soddisfazione nel sentire i commenti degli esimi relatori invitati a parlare agli studenti: ognuno di loro, nessuno escluso, era rimasto colpito dall’attenzione con cui erano stati seguiti dai ragazzi. Quell’esperienza non è servita solo agli studenti».

Chi guarda ormai da fuori le peripezie della DAD (la didattica a distanza) e dei banchi con le ruote, ma conserva una visione lucida delle dinamiche della scuola, si può prendere il tempo per suggerire, non senza mettere un certo trasporto nel tono della voce, qualche ricetta che può tornare utile: «Se i ragazzi non riescono a raggiungere gli obiettivi dobbiamo riflettere su quegli obiettivi e pensare se gli strumenti che forniamo loro sono all’altezza dei tempi» commenta Lisa Guarducci. Insomma, «se i ragazzi non studiano, forse a volte la colpa può essere anche di noi professori». E poi: «Per insegnare serve sempre prima di tutto l’umiltà di confrontarsi con le nuove generazioni. E non si può barattare la libertà di insegnamento con il disinteresse con il quale si trattano gli insegnanti: a volte dietro a una cattedra può annidarsi una solitudine mostruosa. Si impiega più tempo a fare i conti con la burocrazia che a riflettere sulla didattica».

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