Filippa, dalla Sicilia a Firenze nell’antica farmacia degli scrittori.
“Qui venivano Fucini e De Amicis, oggi si curano i pazienti con l’omeopatia”

Una storia lunga e affascinante, quella della Farmacia del Cinghiale in piazza del Mercato Nuovo, oggi gestita da Filippa Arcuri col marito e il figlio. “Vivere ogni giorno questo luogo storico mi riempie d’immenso”

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“Cu è figghiu di gatta, surci pigghia”. In Sicilia si dice così e significa questo: i figli tendono a ereditare abitudini, comportamenti, pregi o difetti dei genitori. Sono proprio queste le prime parole che dice la dottoressa Filippa Arcuri per raccontare come da Agrigento, dalla meravigliosa Valle dei Templi, è arrivata a Firenze per fare la farmacista in una delle farmacie storiche della città, Farmacia del Cinghiale in piazza del Mercato Nuovo, a due passi da Porcellino, Ponte Vecchio, Palazzo Vecchio.
“Il gatto era mio padre – racconta richiamando il proverbio siciliano – che aveva una farmacia a Raffadali, paesino in provincia di Agrigento. Ero bambina e sono cresciuta tra scaffali e medicinali. È stato quasi inevitabile studiare farmacia a Palermo, dopo essermi diplomata al liceo classico”. Poi Filippa apre la sua farmacia, insieme al marito, a Palermo, quindi a Favara, dove resta per 25 anni. “Ma il paesino ci stava stretto e quindi abbiamo iniziato una ricerca per trovare una farmacia da gestire in altre zone d’Italia. È capitata questa incredibile occasione di venire a Firenze, in una bottega storica. E così eccoci qui”.

La vita che cambia a metà del suo cammino. E l’arrivo in una farmacia che non è una farmacia qualunque. Un luogo quasi mistico, dove si intrecciano scienza, letteratura e vita quotidiana della città. Il nome deriva dal celebre “Porcellino. In origine la statua si trovava proprio davanti alla farmacia, nel Mercato Nuovo, e così i fiorentini iniziarono a chiamare quella spezieria “del Cinghiale”. Le origini documentate risalgono almeno al 1752, anche se la tradizione del luogo potrebbe essere ancora più antica. In quell’anno il medico e chimico fiorentino Niccolò Branchi della Torre pubblicò un elenco di esperimenti chimici svolti proprio nel laboratorio della “Spezieria del Cinghiale”. All’epoca era qualcosa di molto innovativo: si passava dall’alchimia alla chimica moderna. Quelle ricerche furono così importanti che pochi anni dopo il Granduca di Toscana affidò a Branchi la creazione della prima scuola di chimica a Pisa. Nell’Ottocento la farmacia divenne anche un salotto culturale. Tra gli habitué si ricordano gli scrittori Edmondo De Amicis, Renato Fucini, Aleardo Aleardi e Giovanni Prati. Firenze, soprattutto negli anni in cui fu capitale d’Italia, era piena di caffè e botteghe dove si discuteva di politica, letteratura e scienza; la Farmacia del Cinghiale era uno di questi luoghi di incontro. Una lapide interna ricorda ancora Renato Fucini.

E ancora oggi, in questo luogo si continua a dibattere di cura, medicina, scienza, attraverso una serie di appuntamenti organizzati proprio dall’attuale titolare Filippa, dal marito Maurizio Incorvaia e dal figlio Vito. “Vivere ogni giorno questo luogo storico mi riempie d’immenso” dice Filippa, appassionata di medicina omeopatica, dove corpo e mente sono indissolubilmente legati. E infatti lei, ogni volta che entra un cliente e quando la situazione lo permette, si mette a parlare con lui, gli chiede qualcosa della sua vita, per capire le ragioni intrinseche che hanno generato la patologia da cui è affetto. “Per me i clienti non sono numeri, ma persone”. E poi: “Ogni sintomo è riconducibile alla psiche, la malattia quasi sempre ti dà un messaggio preciso”. E così, quando entri nella sua farmacia, può capitare che lei si soffermi a guardare i tuoi occhi, il tuo sguardo, magari le tue mani, e poi le tue parole. E che magari abbia un’intuizione, e quell’intuizione magari ti fa cambiare strada, o quanto meno riflettere.
Un approccio che è figlio della sua visione olistica della medicina, dove si considera la persona come un insieme unico di corpo, mente, emozioni, stile di vita e ambiente, invece di guardare solo al singolo sintomo o organo malato.

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