Sara, la sindaca che “viene” dal Brasile: “A Firenze c’è una mia sosia e la fermano per dirle delle buche”

La prima cittadina di Firenze si racconta, tra aneddoti, curiosità ed emozioni. Il Brasile è infatti la sua seconda patria. Qui, precisamente a Salvador Bahia, si trasferì dopo aver studiato Psicologia, per lavorare con i bambini di strada e in comunità psichiatriche

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Quella volta che Sara Funaro, ben prima di diventare sindaca, volò in Brasile per lavorare con i bambini che vivono per strada. Quella volta che cenò con Edmundo O’ Animal e quella volta che, già prima cittadina, ha steccato con la voce “Senza parole” di Vasco Rossi. Ma è quasi alla fine della sua chiacchierata con Storie di Firenze, dopo diverse domande e altrettante risposte, che Funaro confessa: “In città c’è una mia sosia. Credo si chiami Chiara. So che qualche volta è stata fermata dai fiorentini. Mi dispiace se le hanno attribuito la colpa di qualche buca”. E scoppia a ridere.

Poco prima, seria, aveva confessato di sognare un solo superpotere: “L’ubiquità, il potere di essere in più posti e fare più cose contemporaneamente”. Un dono che sarebbe indispensabile per chi, come lei, accende (anzi non spegne proprio) il telefono e al primo posto delle chat ne ha una chiamata “Abbiamo problemi”. “È una chat di lavoro, nata con i collaboratori storici: un modo per provare ad affrontare i problemi subito, ma senza perdere il sorriso. Inizialmente si chiamava ‘Abbiamo un problema’, e poi si è trasformata in ‘Abbiamo problemi’”. Qui Funaro, prima che da sindaca, parla da Sara. Una fiorentina “permalosa” – così si autodefinisce – in una città specializzata nelle polemiche e nelle prese in giro. Messa così, verrebbe da dirle “auguri” ogni volta che si alza la mattina. Ma non ce ne sarebbe tempo perché, racconta, “appena mi sveglio guardo il telefono e leggo la rassegna stampa: poca poesia, subito operatività. Poi doppio caffè con zucchero, bicchiere di latte freddo e pastina”.

E poi via, subito in auto. Prima che le fosse assegnata la scorta per minacce, la prima mossa era accendere la musica e spesso seguirla cantando. “Le mie esibizioni non sono delle migliori, perché non è che non sono intonata: sono particolarmente stonata!”. Tre le canzoni che la accompagnavano sempre: “Albachiara di Vasco Rossi, perché quando eravamo in tanti in macchina la sapevano tutti e si cantava insieme; Minuetto di Mia Martini, che è bellissima, e poi Candelária, che è una canzone brasiliana”. Il Brasile è infatti la sua seconda patria. Qui, precisamente a Salvador Bahia, si trasferì dopo aver studiato Psicologia, per lavorare con i bambini di strada e in comunità psichiatriche. “Ero andata per fare una ricerca per la tesi universitaria e poi sono rimasta un po’ a lavorare… in totale, sono rimasta circa due anni in Brasile. Sono stata parecchio bene, sinceramente”.

Così bene che il ritorno “è stato traumatico. Volevo rimanere lì, poi ho scelto di tornare a Firenze, è stata una scelta molto razionale e poco emotiva. All’inizio sentivo la mancanza di Salvador Bahia e del Brasile in maniera molto pesante”. La consapevolezza di aver fatto la scelta giusta, però, arrivò una sera quasi casualmente: “Uscendo dal lavoro presi la bicicletta, feci tutto il Lungarno vicino al Ponte Vecchio per tornare a casa. All’epoca vivevo in Santa Croce. A un certo punto vidi un tramonto impressionante, l’abbazia di San Miniato al Monte era di un colore straordinario: per metà rossa e per metà dorata dal sole. Era di una bellezza che mi tolse il fiato. Ecco, in quel momento dissi: rimango a Firenze. Dove vado se non qua?”.

Firenze l’ha mai fatta arrabbiare? “No, perché Firenze è una città che dà tantissimo. La cosa che può fare arrabbiare è che Firenze è una città molto polemica, ma nei momenti di difficoltà la polemica passa e tutti si rimboccano le maniche”. Quello che la colpisce di più, però, sono i gesti piccoli, fatti con il cuore: “Quando c’è una persona fragile per strada, ad esempio, si vedono spesso i fiorentini che si fermano a dare una mano: le portano una coperta, un panino o qualcosa da bere. Non c’è un gesto eclatante che mi è rimasto impresso. Quello che mi rende orgogliosa di Firenze e dei fiorentini è l’attenzione alla città e alle altre persone, nella quotidianità e nei piccoli gesti. Per cui, al di là delle polemiche che si leggono e vedono sui social network, c’è una Firenze che è bella e umana, profondamente umana”.

Qual è l’angolo della città che Funaro sente più suo? “Piazza del Limbo, dove c’è la chiesa dei Santi Apostoli. In pochi lo conoscono, ma secondo me è uno degli angoli più romantici della città”. È un posto legato a un’amicizia: “Quando ero al liceo, insieme alla mia più cara amica, ci chiesero di fare una ricerca su un luogo, una chiesa, un luogo d’arte di Firenze. Noi scegliemmo di fare la ricerca sulla chiesa dei Santi Apostoli in piazza del Limbo. Così scoprimmo questa piazzetta dove molto spesso ci mettevamo a sedere sulle scale e passavamo le giornate a chiacchierare”.
Il quartiere che la fa sentire più a casa invece è Sant’Ambrogio, con i posti del quotidiano, come “la Pasticceria Nencioni, dove vado da sempre, e il panificio accanto alla chiesa”.

Crescendo a Firenze e poi vedendola cambiare dice di aver imparato soprattutto una cosa: il tempo delle città non è quello dei mandati delle giunte comunali. “Bisogna lavorare tanto non solo sulle azioni da fare qui e ora, ma in prospettiva. Perché i risultati delle azioni che si mettono in campo oggi li vedremo tra vent’anni o più. La vera sfida è questa: come sarà la Firenze del 2050? E la risposta passa da politiche che non rispondono solo alle urgenze di oggi, ma che guardano in prospettiva”.

Qual è la figuraccia più grande fatta da sindaca? “Quando mi sono calata da Palazzo Vecchio vestita da elfo. Ma anche quando ho stonato Senza parole di Vasco Rossi: è un momento che purtroppo resterà”.

Ma se il canto non è nelle sue corde, in cucina, invece, “non c’è nulla che mi viene male… scusate la modestia. Mi piace molto cucinare, anche se non ho molto tempo per farlo. Tra i cibi che mi vengono particolarmente bene c’è il pollo in fricassea. Poi ci sono anche altri piatti che mi vengono bene come, ad esempio, il carurù, un piatto brasiliano che il mio compagno mi chiede di fare spesso… è fatto con l’ocra, con i gamberi, davvero buono! L’unica cosa che non so fare è l’omelette. Il resto sì”.

Le piacerebbe cenare con Vincent Cassel e la sua cantante brasiliana preferita, Ivete Sangalo. Ricorda la cena con Edmundo, che più che cena è stato un pranzo-pomeriggio, “come funziona con i brasiliani, perché i loro tempi sono un po’ dilatati”. Le cene più divertenti in assoluto, però, restano “quelle della Compagnia di Babbo Natale, perché dopo cena si balla”.

Alla Sara di vent’anni fa manderebbe un messaggio doppio: “Le direi di andarsi a fare un po’ di viaggi in giro per il mondo”.

Ultima domanda. Domani si alza, e non è più sindaca né ha più ruoli istituzionali: qual è la prima cosa che fa da semplice cittadina? “Vado a ballare la samba. È tanto che non faccio una serata con le amiche”.

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