“La parte vincente, se ce n’è una, è stata mettere l’umano nel digital”, dice. Sembra banale, nel 2025. Non lo è.
Marta cresce in una casa dove il corpo viene prima dei computer: genitori insegnanti di educazione fisica, sport a rotazione, una settimana di sci all’anno, gare di atletica, anni di calcio nella Fiorentina. È una bambina che non sta ferma e che ha bisogno di fare le cose con le mani, di stare in squadra.
La scoperta del suo “campo di gioco” arriva prima del digitale: “Ho capito che la mia casa erano le relazioni. Mi veniva naturale fare gruppo, mettere a proprio agio le persone”.
Quella attitudine se la porta dietro quando passa alle PR e poi al lavoro con i creator. Non parte da una passione per i social, ma dal bisogno di tenere insieme le persone.
Milano le arriva al momento giusto: “Dai 23 ai 29 anni è stata una scuola. Mole di lavoro, persone diversissime, ritmi che a Firenze non esistono”. È l’unica in agenzia che parla con gli influencer. L’ultimo anello della catena, e l’unico.
A un certo punto però il gioco si rompe. “Gestivo quindici collaborazioni attive da sola. Non era più sostenibile, ma soprattutto non riuscivo più a dare valore alle persone. Non volevo essere quella che dice: “Fammi il post e basta””.
Quando si accorge che sta svuotando di senso il lavoro, molla tutto. Senza un piano B. Torna a Firenze, apre partita IVA. Tre mesi dopo scoppia il Covid. “Se me lo avessero detto prima, non sarei riuscita a organizzarmi così bene per scappare da Milano”, scherza. Ma sotto c’è poco da ridere: disoccupata di fatto, in una città che sul digitale è ancora indietro, con un settore che improvvisamente vive solo online.
In quel vuoto, però, comincia a vedere uno spazio. Rientra nei ristoranti, nelle strade, guarda le insegne e i profili social.
“A Milano alcune cose esistevano da quindici anni, qui arrivavano otto anni dopo. Sul tema influencer marketing e talent management c’era proprio un buco. Nessuno spiegava davvero come funziona questo lavoro”.
Con la socia Claudia, un giorno buttano un foglio enorme in mezzo alla stanza e iniziano a scrivere parole. Vino, convivialità, calore, fermento. Ne esce “Fermentazione Digitale”. Non tanto come brand, ma come immagine: qualcosa che lavora sotto traccia e poi, piano, cambia forma.
La parte più forte del lavoro, per Marta, non sono le campagne, ma le persone incastrate nel mezzo. I creator che all’improvviso “scoppiano” e si ritrovano con numeri enormi e zero strumenti per reggerli. Lei li aiuta a gestire quei followers e a monetizzare quei numeri.
“Con i creator si crea un rapporto che non è da manager, ma nemmeno da amica. È un team. Li accompagni dal pranzo fuori al messaggio di panico: “Mi hanno chiuso il profilo Instagram, che faccio?””.
Tra gli influencer che segue però non ci sono solo numeri, ma persone: Deborah Spinelli, Cristiano Cervigni, Chiara Profeti, Niccolò Brighella e Lorenzo Conti sono solo alcuni. Per poterli difendere davanti ai brand deve conoscerli bene: abitudini, limiti, paure. Sa che se brucia le tappe, li brucia proprio.
Dall’altra parte ci sono le aziende. Spesso scettiche, spesso convinte che un contenuto si faccia “tanto sono 30 secondi”. Marta quella distanza la vede bene: “Dietro una foto può esserci un mese e mezzo di lavoro. Script, contratti, registrazioni, montaggi, modifiche. Ma tutto questo non si vede. Si vede solo l’ultimo frame e sembra che l’influencer non faccia niente”.
Il risultato è un corto circuito perfetto: tutti odiano gli influencer, ma tutti sperano che un proprio reel “esploda”.

Lei, nel mezzo, deve fare educazione. Spiegare ai marchi che il lavoro va pagato. E ai ragazzi che non si diventa professionisti in un mese.
Nel suo percorso c’è anche una caduta vera. Dopo lo IED si promette che non lavorerà mai più nella ristorazione. Poi arriva una proposta come general manager in un noto ristorante di Firenze, paga buona, e sceglie quella invece di una piccola realtà digitale. “Scelta più sbagliata della mia vita. Ho scelto per lo stipendio”.
Dopo un mese e mezzo si rompe menisco e legamento. Tre mesi ferma a letto.
Col tempo inizia a leggerla come una specie di schiaffo del destino: “Era come se qualcuno mi dicesse: hai proprio sbagliato strada”.
Finita la riabilitazione, su Facebook le ricompare il nome del founder che l’aveva cercata mesi prima per lavorare con i creator. Gli scrive, ricominciano, e da lì parte il capitolo che la porterà poi a Milano.
Oggi la cosa che le sta più addosso è il tema dell’imprenditoria femminile. “Essere imprenditrici donne ti mette in una posizione scomodissima. Ogni giorno potrei raccontarene una. scena imbarazzante”. Parla di clima da spogliatoio, di riunioni in cui la presenza femminile è tollerata ma non ascoltata, di un’idea di impresa che ha sempre e solo il volto maschile.
Non ne fa un discorso di superiorità, ma di differenza: “L’imprenditoria molto maschile funziona, per carità. È più “leggera”. Gli uomini non si fanno mille paranoie, sono più pronti a rischiare, a fare debiti e poi vedere. Noi donne mettiamo sul tavolo l’empatia e la cura. Non lavoriamo solo per fare numeri”.
Per lei “fare impresa” significa altro: mettere mano ai progetti, stare addosso ai dettagli, provarci anche quando non torna subito il conto economico.
“Non abbiamo creato Fermentazione per fare un milione e rivenderla. L’abbiamo creata perché ci siamo rese conto che possiamo cambiare la vita di alcuni ragazzi, dargli lavoro, costruire con loro una relazione. Mi interessa di più una creator che mi dice “sei la miglior manager che potessi avere” che un fatturato a sei zeri con dentro troppi compromessi”.
Se c’è un messaggio che vorrebbe restasse dopo la lettura, è semplice e scomodo: il digitale può essere un lavoro vero, ma solo se rimane pieno di persone. E l’imprenditoria femminile non è una variante “sensibile” di quella maschile. È un modo diverso di stare al mondo.
Che, ogni tanto, andrebbe lasciato fermentare. Anche a Firenze.
Gestivo quindici collaborazioni attive da sola. Non era più sostenibile, ma soprattutto non riuscivo più a dare valore alle persone.
Franca Taras





















































































































































