“Io questo ristorante lo odiavo con tutto me stesso perché faceva stare mio babbo fuori casa per tanto tempo. Anche la notte. E allora lui nel fine settimana mi portava qui. Avevo 10 anni, restavo per ore dietro il banco con il sogno di andarmene a giocare al Nintendo”.
E invece, dietro quel banco e in mezzo a questo ristorante, Leonardo Briganti c’è rimasto per sempre, fino ad oggi, che di anni ne ha 41 e ama il suo lavoro alla follia. Tredici ore al giorno qui dentro. E prima di entrare, un’ora di tennis per stimolare le endorfine. E pensare che quando era piccolo, tutto avrebbe fatto meno che lavorare qui dentro. “Sono figlio unico, sono cresciuto in questo ambiente, ogni volta che entrava qualcuno mi salutava perché ero il figlio di Lionello e il nipote di Lido”.
Lionello e Lido, alias i “Fratelli Briganti”, dal 1960 in piazza Giorgini, trattoria che ha fatto la storia di Firenze. “A 14 anni volevo il motorino a tutti i costi, ma i miei genitori mi dissero che, se volevo il motorino, dovevo guadagnarmelo lavorando nel fine settimana”. E quindi, eccolo piccino a servire ai tavoli. “All’inizio venivo costretto, ma col tempo ha cominciato a piacermi. Quello che impari senza sapere è quello che poi ti ritrovi nella vita”. Appena diplomato in ragioneria, Leonardino entra in trattoria full time. Seguendo l’esempio di suo padre: “Un uomo che ha sempre lavorato… se oggi siamo riconosciuti lo dobbiamo a lui, che aveva una vocazione unica per ospitalità e accoglienza”. Leonardino è diventato Leonardone, alto due metri, il volto brigante come il cognome, il gel spomatato sui capelli come quando era ragazzino e girava col motorino truccato senza casco. E la cravatta, sempre sempre la cravatta: “Me la metto da quella volta che mi bloccai il collo perché entravo e uscivo dal ristorante per entrare nel dehor, la dottoressa mi disse di mettermi una cravatta così mi proteggevo il collo con la camicia”.
Leonardo non è più un ragazzino. Ha comprato dal padre e dallo zio le quote del ristorante. Si chiude un’era e se ne apre un’altra. Ma sempre nel segno della tradizione. “Perché questo non è un ristorante normale, ma un posto dove si conosce il 95 per cento dei commensali, vengono qui come per stare a casa. È come avere degli amici che ti vengono a trovare”. Proprio come il Monni, che s’azzuffava sulle braciole infradiciandosi le labbra, prima di tracannare con leggiadra avidità un bicchiere di vino color vermiglio. “Grazie al Monni ho imparato a valutare i ristoranti, lui diceva che per capire se in un posto si mangia bene, bisogna assaggiare tre cose: la pasta, il parmigiano e l’olio. Ricordo che arrivava la sera tardi con i soliti sandali senza calzini, spesso accompagnato da Franco Casaglieri, due persone meravigliose. Franco mi regalò un ferma cravatte per evitare che la cravatta mi affogasse dentro la pasta”. Se le ricorda ancora, quelle intrepide spaghettate seguite da un pezzetto di bollito. Vino rosso e grappa per concludere. “Il vero estro di Carlo è sempre stato quello di restare una persona semplice, questo era il suo valore e questo vorremmo che fosse anche il nostro, di valore”.
Semplice come la pasta al pomodoro fresco dei Briganti. Semplice e meravigliosa come può essere la vita, come può essere una tavola, come può essere una cena, col sapor di cavolo nero che si scoglie nella bocca che ride d’armonia prima di tuffarsi audace dentro quel salame di Villa Campanile, Castelfranco di Sotto, dove i Briganti hanno ortaggi e animali e dove è nato Lionello. Ebbene sì, i Briganti son pisani. Quegli ortaggi e quei salumi che piombano qui, su queste tavole imbandite che sembrano altari. E dove mangiare non è soltanto nutrirsi. Qui, mangiare, è un inno alla vita. Lo è stato per tutti, da Renato Zero a Mario Biondi passando per Rui Costa: “Madonna Rui Costa, veniva da solo, mangiava e poi si fumava un cicchino. Quanto lo rivedrei volentieri”. Veniva da solo, il dieci della Viola, da solo come tanti altri che vengono qui. “Perché la vera differenza, un ristorante la fa quando ti senti a casa. E se ti senti davvero a casa, vieni qui anche se sei da solo”. Perché in fondo, qui, da solo non lo sarai mai.
Jacopo Storni


























































































































































