Fatima, da Casablanca a San Godenzo.
“La mia vita per i detenuti senza più speranza”

Fatima Benhijji è arrivata da Casablanca a San Godenzo quando aveva 11 anni, dopo un lungo percorso d'integrazione, ha scelto di dedicare la sua vita per aiutare i più fragili, e tra loro i detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano

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Aveva 11 anni quando da Casablanca arrivò a San Bavello, frazione sperduta nel comune di Dicomano. “Era un paesino con venti abitanti, di cui soltanto tre bambini, venivo da una grande città del Marocco e mi sentivo sperduta, parlavo soltanto arabo e francese, i miei genitori tappezzieri non parlavano una parola d’italiano, non fu semplice integrarsi”.

Però alla fine Fatima Benhijji ce l’ha fatta, grazie alla solarità che la contraddistingue da quando è piccola e grazie alla sua voglia di conoscere gli altri. È andata a scuola, e appena terminate le superiori ha cominciato a lavorare nello storico ristorante Agnoletti di San Godenzo. “Non ho mai vissuto atti di razzismo, a quei tempi tanta gente manco sapeva dov’era il Marocco”. Non è andata così bene a suo fratello più piccolo che, forse complice qualche atto di bullismo a scuola, ha iniziato a frequentare cattive compagnie: “Beveva, rubava, piccoli furti che, se non fosse stato per la buona famiglia alle spalle, l’avrebbero portato dritto in galera”.

Fu a quel tempo che Fatima iniziò a capire che le persone, soprattutto quando si trovano disorientate e vittime della prepotenza degli altri, rischiano di finire nel baratro. Fu allora che Fatima iniziò a sentire su di sé il peso del mondo. “Iniziai a fare la volontaria alla Caritas di Borgo San Lorenzo, aiutavo i bisognosi, i più fragili. Non dimenticherò mai una signora marocchina che venne da me e mi raccontò di suo figlio che era stato arrestato, mi disse che era disperata”. Fu così che la vita di Fatima prese una svolta decisiva: “Appena tornai a casa, andai su internet e guardai quali associazioni operavano in carcere, pensavo che i detenuti e i loro familiari avrebbero avuto bisogno di una mediazione culturale arabo/italiano. Trovai Pantagruel e divenni volontaria dopo il corso di formazione”.

Era il 2011. Nel 2013 Fatima entra per la prima volta a Sollicciano. “La prima volta che ho varcato le porte del carcere, non sapevo cosa aspettarmi. Il rumore delle chiavi, le urla dei detenuti, l’odore di sudore e di disperazione… tutto queto mi ha colpito come un pugno allo stomaco. Sono uscita con una tristezza profonda, ma anche con la determinazione di voler fare qualcosa per cambiare le cose”. Da allora, non ha più smesso.

Oggi è presidente dell’associazione Pantagruel, quella che per anni è stata presieduta da Giuseppe Matulli, che stravedeva per la generosità estrema di Fatima, per la sua genuinità, per io suo donarsi agli altri con puro spirito di misericordia. Una persona come ce ne sono poche, al giorno d’oggi. Il suo telefono suona in continuazione. Dall’altra parte della cornetta ci sono le mamme marocchine, tunisine, algerine, egiziane, palestinesi, spesso in lacrime, che chiedono l’aiuto di Fatima affinché i loro figli detenuti possano ritrovare la strada perduta. E lei non si tira mai indietro, regala sempre un sorriso e parole di speranza. Risponde a tutti, sempre con spirito volontario.

Per mantenersi, continua a lavorare nel fine settimana come cameriera al ristorante Agnoletti di San Godenzo, dove ormai è di famiglia. Ha trovato lavoro anche alla Madonnina del Grappa, nell’ambito dell’accoglienza dei palestinesi. Ogni giorno va su e giù tra San Godenzo e Firenze, tra San Godenzo e Sollicciano, che conosce in ogni suo aspetto. Fatima ha due figli e dice: “Il mio impegno di volontaria in carcere mi ha insegnato a vedere la bellezza nella fragilità e a non giudicare mai nessuno. Spero di poter trasmettere questo messaggio a Samira e Vera, affinché crescano con un cuore pieno di amore e compassione, e ricordino sempre che anche il più piccolo gesto di gentilezza può illuminare la vita di qualcuno, proprio come la luce di una candela in una notte buia”.

 

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