Ra Yunj, la Corea che ha trovato casa a Firenze

A vent’anni lascia Seoul per studiare restauro. Tre mesi a Firenze per imparare l’italiano, poi una borsa di studio a Carrara, cinque anni immersa nel marmo e infine l’Opificio delle Pietre Dure. Oggi Ra Yunj vive tra Rinascimento e famiglia, con un marito fiorentino e un figlio che cresce bilingue. “Forse tornare in Corea ogni tanto sì, ma so che la mia vita è qui”.

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Il 1° febbraio 2008 Ra Yunj atterra a Firenze. Non conosce una parola di italiano, ha con sé una valigia e un’idea precisa: diventare restauratrice. “Ero arrivata a febbraio, freddo e buio. La casa gelida. In Corea abbiamo il riscaldamento a pavimento, qui i termosifoni sembravano giocattoli. L’acqua poi, così diversa: a casa liscia, qui piena di calcare. La mia pelle ha sofferto tantissimo.”

Resta tre mesi per imparare la lingua, poi vince una borsa di studio per Carrara. All’Accademia di Belle Arti segue il corso di Restauro del Marmo. “Cinque anni immersa nella pietra. Polvere, sudore, lavoro. Carrara ti insegna il peso dell’umiltà, la pazienza del mestiere. È stata una scuola di vita, non solo di arte.”

Quando torna a Firenze, Ra Yunj frequenta l’Opificio delle Pietre Dure. “Un corso di alta formazione che mi ha fatto toccare opere incredibili. All’Opificio capisci che i materiali non sono solo superfici: raccontano secoli, parlano da soli.”

Intanto la città le mette davanti l’amore. Una sera in piazza della Signoria, un gruppo di ragazzi la circonda di domande. L’ultimo a parlare è Nicolò. “Così è iniziato tutto.” Oggi sono sposati, hanno un figlio di cinque anni e mezzo. “Lui cresce tra due mondi. E ogni tanto mi prende in giro: mamma, tu l’italiano non lo sai parlare bene.”

La vita a Firenze non è stata sempre semplice. “All’inizio i fiorentini mi sembravano bruschi, quasi maleducati. Io parlavo piano: buongiorno, posso avere questo? E mi rispondevano sbrigativi. Poi, con il tempo, mi hanno adottata. Ora mi sento una di loro.”

C’è però un vuoto che non riesce a colmare: il cibo coreano. “Qui ci sono buoni ristoranti, ma costano. Ci vado due o tre volte l’anno. È la cosa che mi manca di più.” Per il resto, Firenze le ha regalato abitudini nuove: “Il bar al mattino, il cappuccino, l’aperitivo. In Corea non esiste. Mi piace tantissimo. In metropolitana a Seoul vedi tutti con la faccia triste, qui anche di lunedì la gente sorride davanti a un caffè.”

Non mancano le paure. “Dopo il Covid la città è cambiata. La sera ho paura a uscire con mio figlio. Ragazzi ubriachi, episodi di violenza in centro. Prima stavo attenta vicino alla stazione, ora anche in piazza Signoria o al Ponte Vecchio non mi sento tranquilla.” Nel suo lavoro di guida turistica vede un’altra trasformazione: “Le botteghe storiche chiudono. Quando i coreani mi chiedono dove trovare qualcosa di autentico, ho sempre meno posti da consigliare. Questo mi dispiace molto.”

E la Corea? È rimasta il luogo delle vacanze, non della vita. “Forse sarebbe bello sei mesi qui e sei lì. Ma penso che finirò i miei giorni a Firenze. È diventata casa.”

Ride quando parla del marito. “Non conosce nessuna parola di coreano, solo ‘birra’. In coreano si dice 맥주, maekju. Questo è tutto il suo vocabolario.”

Oggi Ra Yunj porta in sé i frammenti di ogni tappa: la Carrara del marmo, l’Opificio con i suoi laboratori e una Firenze che le ha dato il lavoro, l’amore e una nuova identità. Una città che non smette di cambiare, tra meraviglia e difficoltà, ma che l’ha scelta e adottata come una di casa.

All’inizio i fiorentini mi sembravano bruschi, quasi maleducati. Poi, con il tempo, mi hanno adottata. Ora mi sento una di loro.

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