Addio Firenze. A dicembre Massimo partirà per il Vietnam con un biglietto di sola andata. Non è più un viaggio, è una scelta di vita. «Dividerei volentieri l’anno tra Chianti e Asia, ma stavolta voglio fermarmi tre o quattro mesi, forse anche di più. Ho solo il problema del gatto: devo capire come portarlo con me». Dopo decenni di lavoro senza tregua, oggi ha il lusso del tempo: «Mi sembra di vivere in una lunga vacanza. È la prima volta che succede».
Il suo percorso parte però da lontano, dal 1985. Allora non pensava affatto di diventare giornalista. Un amico gli fece notare che Paese Sera non aveva ancora una pagina del Chianti. Il giorno dopo si presentò in redazione: «Vi interessa? La faccio io». Accettarono. Il suo primo articolo fu un’intervista al sindaco di San Casciano. Da lì una lunga gavetta: la Gazzetta di Firenze, poi la Repubblica dal 1992 al 2018. Fare il cronista, per lui, significava scavare. «Mi interessava svelare i meccanismi opachi del potere. Non limitarmi a riportare dichiarazioni, ma capire cosa c’era dietro». Una passione che gli regalò soddisfazioni e anche momenti duri. «Una volta l’assessore Cioni mi querelò chiedendomi mezzo miliardo di lire. Era un chiaro tentativo di intimidazione. Quando lo vidi mi tremarono le gambe». Oppure lo scoop delle dimissioni di Primicerio, “l’unico vero sindaco della società civile” di Firenze.
E ancora un episodio con Silvio Berlusconi. «Era la fine degli anni Novanta, la giunta pentapartito di Morales stava scricchiolando. Berlusconi arrivò a Palazzo Vecchio. Lo trovai in tuta da ginnastica, appoggiato a un tavolo. Gli chiesi cosa pensasse di Morales come candidato. Non poteva rispondere apertamente, ma da smorfie e mezze parole capii che non era convinto. Scrissi che Berlusconi bocciava Morales. Il giorno dopo, al Salone dei Cinquecento, Morales mi gridò: “Sei uno stronzo!”. Incassai e sorrisi. Non lo dimenticherò mai».
Dopo trent’anni di cronache, lo sguardo sulla città resta disilluso. «Già nel 2015 chiesi a Nardella cosa volesse fare sugli affitti brevi. Il problema era esploso, ma non ci fu risposta. E Firenze ha perso l’occasione di governare il cambiamento: oggi gli studenti non trovano casa, i residenti scappano». Più in generale, vede una politica incapace di decisioni di lungo periodo: «Si insegue solo il consenso immediato». Il confronto con l’Asia è impietoso. «Ho Chi Minh City oggi ha oltre 13 milioni di abitanti: quattro volte la popolazione della Toscana. Noi gestiamo 3,3 milioni di persone con 280 sindaci e 280 apparati. Là lo stesso numero è governato da un solo sindaco. È chiaro che in queste condizioni non potremo mai essere competitivi».
La crisi della carta stampata ha fatto il resto. «Negli anni Ottanta i giornali vendevano milioni di copie. Oggi se il Corriere supera le centomila è già un miracolo. Le fonti di informazione sono lo smartphone e la televisione. Non i testi, ma le immagini». Quando ha lasciato il giornalismo, si è buttato nell’avventura del ristorante vietnamita aperto dalla moglie. «Non sapevamo nulla di gestione aziendale, ma abbiamo retto otto anni senza debiti. In Italia è quasi un miracolo. Ho imparato sulla mia pelle il peso del sistema fiscale: non sai mai quanto devi pagare finché non ti arriva la stangata. E se ritardi un giorno, scatta subito la mora. È un sistema fatto per strangolare chi fa impresa». Un lavoro totalizzante che la coppia ha deciso di lasciare.
Oggi Massimo si dedica a quello che gli piace. Studia filosofia, in particolare Gilles Deleuze, il pensatore francese che teorizzava il pensiero come flusso in movimento, contrario a ogni rigidità. «Dopo una vita tra il potere e le sue opacità, mi interessa capire come il pensiero possa aprire spazi di possibilità. Deleuze ti costringe a guardare le cose di lato, non per linee dritte. E a me questo serve».
Restano le radici, San Casciano e il Chianti, ma senza nostalgia. «Non potrei abbandonarle del tutto. Ma ora posso finalmente permettermi di scegliere. A dicembre parto, biglietto di sola andata. E per la prima volta non so quando tornerò». E se guarda al futuro dei giovani, non ha dubbi: «Devono scappare. Fare esperienza all’estero. Poi, se vogliono, tornare. Ma qui non ci sono prospettive». Il suo augurio a Firenze passa da un nome che conosce bene: Primicerio. «Servirebbe di nuovo la sua passione civile. Chiudeva tutti in una stanza finché non si decideva qualcosa. Non diceva “vediamo”, ma trovava soluzioni. È quello che manca oggi».